George Baselitz, l’antieroe del mondo capovolto. Al MADRE di Napoli | di Flavia Montecchi
28 Agosto, 2008 | Di f.montecchi | Inserito in: approfondimenti | 275 lettori
di Flavia Montecchi | “Ciascun artista giunge sempre all’appuntamento con la convenzione. E se non ti adegui devi distruggerla. Che cosa non è stato ancora distrutto?”. Con queste parole George Baselitz spiegava sedici anni fa, in un’intervista a Eduardo Cicelyn, il perché della sua arte: era il 1992 e la prima volta che Napoli accoglieva una sua mostra.
Baselitz nel suo studio, 2007 by Kai von Rabenau
Quest’anno, per una quindicina di giorni ancora, è possibile tornare nella capitale partenopea non solo per provare a capire con gli occhi quello che intendeva l’artista tedesco, ma per conoscerlo anche in vesti nuove grazie ad un’esposizione ricca ed esauriente che ripercorre le prime opere degli anni sessanta fino alle ultime tele del 2007.
Il Museo Madre, fresco di vernice bianca e calcinacci ordinati, vanta il suo terzo anno di vita proponendo un percorso che va dall’affascinante smascheramento della Chiesa di Santa Maria Donnaregina, passando per un costante e inquieto Mimmo Paladino al secondo piano, fino ad arrivare alla grande personale di Baselitz.
Nato in una cittadina della futura Germania Est nel 1938, Baselitz si ritaglia il proprio angolo pittorico, esprimendo con olii e china il disadattamento umano di fine secolo, tema caro a molti altri artisti del suo tempo.
Il percorso espositivo della mostra indaga il suo sviluppo artistico con parsimonia e ordine, partendo dalle prime tele nelle quali si evince un Baselitz burbero e provocante, lo stesso che nei primi anni sessanta stravolgeva la pittura con scandali “falloforici”; è il caso del ricorrente Grode Nacht im Eimer - Grande notte in bianco (olio su tela, 1962), una contorta figura umanoide che stringe in mano il proprio organo genitale, probabilmente non conscia che dietro le sue minute spalle tondeggianti un altrettanto fallo troneggia nel buio dello sfondo, indispettito e fluttuante.
Il lettore può subito intendere la dichiarazione dell’artista precedentemente riportata, così come il fruitore che si troverà ad echeggiare nel corridoio del museo avrà subito chiaro con che tipo di pittore ha a che fare.
Vier Streifen (G. Antonin) - Quattro Strisce (1966)

Carico di rabbia per una Germania fresca di guerra, Baselitz la vive nel suo pieno fervore, sia artistico che bellico; anticonvenzionale e fuori da ogni possibile classificazione, la sua pittura vuole primeggiare, distinguersi, alienarsi per alienare.
I restanti anni sessanta rivelano un Baselitz quasi “kirchneriano”, dimostrando un espressionismo dai contorni marcati e netti come in Ökonomie - Economia (olio su tela, 1965), dove le mani piatte e sproporsionate dell’uomo rivolgono il palmo verso l’alto senza mascherare il fallo che sguscia dai pantaloni. Ma gli anni sessanta e il loro decorrere mostrano anche il Baselitz delle “fratture”, i grandi dipinti vivi-sezionati in cui figure sconnesse dall’aspetto umano perdono parti del loro corpo sotto tagli orizzontali e netti che dividono la tela in tre o quattro parti; Lockiger – Testa ricciuta (olio su tela, 1966) e Lockenkopf mit Beil – Testa ricciuta con ascia (olio su tela, 1967) ne sono due chiari esempi. Verdi, gialli e rossi pompeiani si contorcono in pennellate ampie e consistenti, sembrerebbero lievi accenni ad un Cezanne paesaggistico; l’olio si solidifica sulla tela tanto da creare punte bitorzolute, senza contare che la compattezza combatte con il colore creando rughe di crepe sulla tela. La figura umana ora è segmentata, scomposta, come a volerla confinare in uno stato immutabile di disgregazione, ma il volto, molto spesso rappresentato frontalmente, rivela caratteristiche divine senza che si disperda in spazi di tela.
Il percorso espositivo continua e invece di riproporre frammenti di arti, torna a mostrare la figura intera, questa volta però, sottosopra; gli anni settanta spronano Baselitz ad inventare qualcosa di nuovo, che vada ancora oltre la divisione del corpo, qualcosa che nessun altro pittore ha già fatto.
“Quando sono arrivato alla decisione di capovolgere le immagini, cioè di dipingere alla rovescia, mi sono sentito sereno per la prima volta. Mi sono detto: adesso posso fare tutto.” (George Baselitz, intervista rilasciata al quotidiano “Il Mattino”, 12 marzo 1992)
Che Baselitz dipingesse davvero al contrario sarebbe un’affermazione un po’ azzardata; dipingeva “attorno”, quello sì: la tela, di dimensioni sempre più grandi, diveniva un pavimento pollokiano. Fortunatamente però l’espressionismo non si rivelava in quell’astratto piroettare di colori e macchie caro all’artista americano, era uno sfogo irruente del pennello, che con violenza sembrava vincere la forza di gravità una volta appeso. Il mondo alla rovescia di Baselitz non abbandonò mai il suo lavoro come in alcuni Remix di ultima data, ne è un esempio Adieu [Remix]- Addio [Remix] (inchiostro e acquarello su carta, 2007), dove si nota ancora la figura umana a testa in giù, con l’unica differenza che il colore cessa di esibire la sua pastosa corposità per allungarsi in sottili tratti di china nera.
Orangenesser - Mangiatori di arance (1982)

I successivi anni ottanta espongono in una piccola sala un breve excursus della scultura dell’artista, che proprio in quegli anni investe il suo estro creativo. Il legno è la materia lavorata e Onhe Title – Senza titolo (legno, 1979-80) trionfa su un podio in tutta la sua verticalità tribale; l’arte africana però non influenza solo le manifatture in legno ma anche quadri come Hände überm kopf – Mani sopra la testa (olio su tela, 1985), dipinto dai colori forti e avvolgenti in cui un volto scuro è marcato dal contorno spesso di labbra rosse e occhi neri.
L’esposizione dedica infine un ampio spazio alle diverse serie degli Orangenesser – Mangiatore di arance, dove l’evoluzione dell’iniziale disegno in carboncino (1981) raggiunge la pastosità dell’olio per tramutarsi nei “remix” longilinei e sottili degli ultimi anni. La comparsa dell’acquarello in alcuni lavori smorza il tono cromatico cupo e stridente che fino ai primi anni ottanta si dilungava in larghe pennellate. Ciò che invece rimane immutato è il perenne stato emotivo della figura umana ritratta: quell’inadeguato senso di nonsense, un perenne “cruccio” non ben identificato ma chiaramente espresso nel broncio archetipico del Moderner Maler [Remix] – Il pittore moderno (olio su tela, 2005) e nell’isolamento esistenziale del Der dichter – the poet [Remix] – Il poeta (olio su tela, 2005); che l’uno abbia smarrito i propri colori nelle parole dell’altro? L’antieroe baseltziano fluttuerà nella sua macchia di colore dietro “scarabocchi” di china nera per molto tempo ancora.




le opere dell’artista sono stupende, provacono molta emozione interna, ho visitato la mostra in estate a napoli al museo madre grandissime opere da lasciare il fiato in bocca, io sono un artista mi chiamo francesco giraldi per parlare attraverso email con il maestro George Baselitz come bisogna fare scrivetemi mandatemi un email sul sito la ringrazio migliori saluti