Anton Perich, Andy Warhol, Interview, l’America del glamour anni Settanta by night, la Paint Machine | di Marco Fioramanti
27 ottobre, 2008 | Di artapartofculture redazione
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di Marco Fioramanti | “(…) Anton Perich, che fece tutti quei video e prese in affitto il vecchio piano al 33 della Union Square West quando noi traslocammo. Ci dissero che Anton era a casa con la painting machine ed io ero così geloso. Il mio sogno. Avere una macchina che potesse dipingere mentre tu sei fuori. Ma loro risposero che lui doveva essere presente mentre quella dipingeva perché‚Äà(e sorride) ogni tanto s’inceppava. Non è divertente?” Andy Warhol (giovedi 2 maggio 1984, dal Diario di Andy W.).
Anton Perich è un artista particolare, un pittore che non dipinge con i pennelli, utilizza piuttosto una macchina, la Painting Machine, una sorta di moderno plotter a getto d’inchiostro, e che è in grado perfino di lavorare in sua assenza. Tutto il suo percorso artistico ha alla base una sorta di creatività di tipo scientifico che appartiene più all’inventore che al maestro d’arte.
Ci siamo conosciuti a New York nel 1988, al 40 della Horatio Street, nel Greenwich Village.
“Sono un pittore che ha un occhio da poeta e uno da scienziato. Il pittore che è in me deve prendere in prestito in continuazione entrambi gli occhi”, mi dice. I capelli biondi scendono a boccoli giù sulle spalle, ha lo sguardo di qualcuno che ti fa sentire subito bene, i suoi occhi non mentono, la voce trasmette una profonda emozione, ma il suo buon inglese non riesce a mascherare la provenienza straniera.
Originario della Croazia, nasce a Mikulici, vicino Dubrovnik.
Dopo un’esperienza “non troppo soddisfacente” a Zagabria, lo troviamo a Parigi nella metà degli anni ‘60 dove prende parte attiva al gruppo Le Lettrisme: “certe volte mi sento ancora di farne parte”, mi dice Anton, “perché gli elementi principali del mio lavoro sono proprio le linee, corte o infinite che siano, come in un alfabeto Morse, e il tema principale del mio lavoro è la comunicazione”…
Nel 1970 si sposta a New York. Smette di dipingere per dieci anni: “dipingevo solo nella testa, sentivo che non avevo niente di nuovo da mettere su tela”.
Comincia così la sua avventura nel campo visivo più ampio: collabora come fotografo e video maker per “Interview Magazine” di Andy Warhol nello stesso tempo fa partire una nuova rivista, “NIGHT”, tutta sua, un periodico glamour in bianco&nero di grandi dimensioni, fuori formato, in stile quotidiano, che si occupa inizialmente di arte, moda e della Manhattan by night.
Collabora ad un canale TV via cavo dal contenuto ritenuto provocatorio, viene censurato in diretta.
La sua pittura aveva lasciato pennelli e colori per altri strumenti: “I painted with cameras, video-monitors and printing presses. Il mio primo lavoro col video fu responsabile della scoperta della horizontal line. Lì il tubo catodico sostituiva il pennello nei confronti della tela”.

Mi portò nel suo studio a Cross River, Katonah, a nord di Manhattan e mi mostra la sua creazione, quell’importante strumento che Warhol gli invidiava. Ho davanti a me una tavolozza metallica, come una consolle, che comanda alcune punte d’aerografo le quali, come in un tecnigrafo d’architetto possono scorrere e spruzzare colore attraverso due bracci mobili su ogni punto della tela. [...]. Una diapositiva dell’immagine che si vuole riprodurre viene proiettata sulla superficie e una cellula fotoelettrica legge per punti l’intera immagine che viene magicamente riprodotta a scala gigante sulla tela. Il risultato è una pittura automatica che assomiglia molto all’immagine TV. Naturalmente Perich può comandare la consolle a suo piacimento e realizzare qualunque cosa. “La consolle è la mia mano”, dice, “e un robot si è inserito tra me e la mia pittura. Ogni tela è un solido stato elettrico modale che lavora con la forza della luce”. L’artista comanda a distanza la sua pittura, sente sotto le sue mani la punta scrivente che reagisce al minimo tocco, dall’occhio mentale a quello reale. Ho rivisto quella stessa macchina lavorare nel suo nuovo studio, un doppio loft a Chelsea, nel centro di Manhattan.
Da quella macchina è uscito di tutto: da quelli che lui stesso chiama “paragrafi d’informazione” hanno preso vita anche una Gioconda e tante rose (”ho usato le rose per tre anni attratto dall’umano, divino e diabolico potere di quel fiore dai petali rossi e neri”).
Anton Perich ama il contatto con altri artisti e preferisce le esposizioni di gruppo, comunicando con uno stesso codice e tanti strumenti diversi. Perché, come scrive in una sua poesia – probabilmente a se stesso – “caro ragazzo, l’incantesimo sta nel (saper) forgiare il boomerang”.
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che bellezza questo articolo: foto fantastiche, di un’epoca “epocale”! C’é quasi da provare invidia per chi li ha vissuti…
Lorenzo Nathan
Un artista singolare, Anton, che conobbi in tempi andati a NY e che ritrovo con piacere qui: la sua “macchina” é straordinaiamente attuale e le sue foto su un passato vitale e generoso come quello anni Sessanta-Settanta sono specchio di una generazione e di unaculturaancora oggi attualissima! Grazie per questo zoom originalissimo.
Angelo Caponi Segni